Alla fine siamo rimasti li’, punto percentuale in piu’, punto percentuale in meno. La soglia dell’agognato 4%, ne prendiamo malinconicamente atto, non e’ stata per nulla scalfita. Un tracollo totale allora? Non proprio, secondo me. Seppur molti di noi si fossero augurati in cuor loro un risultato migliore, credo che un giudizio negativo affrettato sul responso delle urne sia in fin dei conti fuorviante. Guardando bene, infatti non c’e’ stato neppure quello “smottamento” del patrimonio di consensi residui, rimasto in dote al PRC a un anno dallo sciagurato naufragio dell’Arcobaleno, che qualcuno di noi aveva messo in conto come eventualuta’ neanche tanto remota. Il PRC, insieme ai suoi alleati, ha tenuto. La lista anticapitalista si e’ fermata al 3,4%, rispetto al 3,1% ottenuto dalla coalizione arcobaleno nelle politiche del 2008. Mi rendo conto che i due voti siano a stento accostabili e che abbiano una valenza ben diversa. Ma in termini numerici, rimane il fatto che il PRC, su per giu’, riconferma le percentuali dell’anno scorso. Piu’ in generale va detto che il vero sconfitto e’ il disegno bipartitista PdL-PD: chi piu’, chi meno, tutti i partiti esterni ai sodalizi ‘inciucisti’ e bipolari sono cresciuti rispetto al 2008. Sono invece diminuiti, guarda caso, proprio il PD e il PdL.
Non si tratta qui di proporre l’equivalente del ragionamento del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto; ne’ di esibire ottimismo a tutti i costi. La realta’ dei fatti, per il nostro partito, cosi’ come quella di tutta la sinistra in Europa, e’ innegabilmente inquietante e nulla di buono promette per l’immediato futuro. In un Parlamento Europeo il cui l’asse politico si sposta di fatto ulteriormente a destra, non siedera’ neppure un rappresentante della sinistra radicale italiana… Peraltro il risultato complessivo di questa tornata elettorale europea segna una forte crisi per il ‘progetto europeo’ in se, come testimonia il dato di affluenza storicamente piu’ basso per le elezioni dell’Europarlamento (43%) e l’ingresso nello stesso di una nutrita compagine di partiti euroscettici e neofascisti/neonazionalisti. Vanno pero’ anche fatti dei distinguo, come nel caso del buon risultato del PCF in Francia e del KKE in Grecia, e dell’incoraggiante successo del PCP in Portogallo che, in coalizione, porta a Strasburgo il 11% dei consensi nazionali (e con BdE ben 5 Eurodeputati GUE e il 22%). La nostra sinistra invece rimane priva di rappresentanza istituzionale, sia a livello nazionale che europeo.
Eppure, a ben vedere, il risultato scaturito dalle urne in nottata non boccia in toto, a mio avviso, il progetto politico del PRC; piuttosto lo ‘rimanda a settembre’. Una analisi seria del risultato elettorale, infatti, non puo’ prescindere da un’attenta considerazione di tre fattori fondamentali. In primo luogo, la travagliatissima storia recente del nostro partito. Basti qui ricordare, che neanche un anno fa’ il PRC rischiava di sparire del tutto e che all’indomani di una concitatissima parentesi congressuale si e’ giunti ad una scissione di dimensioni massicce. Provate a immaginare cosa succederebbe, per esempio, a un PD troncato in due che si presentasse alle urne in fretta e furia…! Non per cercare scuse, ma nella Puglia ‘fortezza’ di Vendola la lista S&L non arriva al 7%, e a livello nazionale si ferma al 3,1%. Troppe scissioni hanno proiettato l’immagine di una sinistra autolesionista, litigiosa e poco rilevante, e hanno fatto male a tutti.
La seconda attenuante riguarda gli scarsissimi mezzi di propaganda elettorale di cui ci siamo potuti avvalere per far circolare i messaggi cardinali del nostro programma politico. Sostanzialmente, abbiamo subito, fino all’ultimo momento, un oscuramento pressoche’ totale da parte delle televisioni e di larga parte della carta stampata. Qui all’estero questo ‘gap’ informativo si e’ fatto sentire ancora di piu’. In assenza di tabbelloni per l’affissione, di circoli territoriali, di mezzi per poter spedire volantini via posta agli italiani residenti oltralpe, il nostro dato di affluenza e’ ridicolmente basso e si attesta al 7,3%. Sulle inefficienze e le colpe del MAE riguardo a questa situazione, si e’ gia detto tutto (ma forse non basta). Ma qui serve anche un rinnovo dell’impegno del nostro partito: in Europa facciamo il 3,7%, ma veniamo scavalcati dai vendoliani che, pur avendo una struttura organizzativa letteralmente inesistente, si sono almeno presi la briga di mandare il loro volantino ai residenti all’estero dalla loro sede romana. Dati alla mano in Europa abbiamo un bacino potenziale di 1.206.000 elettori (456.000 in Germania, 273.000 in Francia, e 150.000 nel Regno Unito). Un piccolo investimento anderbbe fatto.
In ultimo, a seguito delle infauste vicende politiche del nostro recente passato, cioe’ la partecipazione al governo Prodi e le varie scissioni susseguitesi, il nostro, diciamolo senza reticenze, e’ ancora un partito in forte crisi di credibilita’. Per un elettorato tradizionalmente comunista o di sinistra, senza se e senza ma, il PRC ha rappresentato una chimerica promessa non mantenuta. Dalle piazze di Genova siamo passata ai cincischiamenti unionisti e ulivisti degli anni recenti. L’ultimo congresso ci ha dotato, secondo me, di una linea politica chiara e aggregante. Questa linea, che per esigenze di brevita’ ripropongo qui nella forma cristallizata dello slogan ferreriano “in basso a sinistra”, significa tornare a lavorare per ritrovare un radicamento sociale che un gruppo dirigente troppo salottiero ha delapidato in maniera sciagurata. Concordo con il nostro segretario quando afferma che il partito deve, innanzitutto, ritrovare una sua “utilita’ sociale”, tornare laddove nella societa’ si elabora il conflitto di classe, di genere, sociale, ed ambientale. Non ci sono scorciatoie, in questo senso, e il gettarsi nelle braccia di altre formazioni politiche ci screditerebbe ulteriormente.
Percio’, e qui concludo il mio lungo ragionamento, dobbiamo continuare il cammino intrapreso, guardando al PRC per quello che effettivamente e’: un investimento per il futuro. Il vero banco di prova per il partito sara’ infatti costituito dalle elezioni politiche nazionali che si terranno tra quattro anni. Per allora molti elettori di sinistra, tradizionalmente euroscettici (come dare loro torto!), e inclini all’astensionismo, potrebbero decidersi ad andare a votare. Per allora, l’effetto combinato del persitere degli effetti della crisi, dei disastri berlusconiani e dell’evanescenza politica del PD, accanto, me l’auguro, al buon lavoro che avremo fatto come partito, potrebbe aprire scenari inediti. Vale comunque la pena provarci.
Claudio Molinario
Segretario del Circolo PRC/SE ‘Karl Marx’ di Londra